4) Locke. La candela.
Locke sintetizza lo scopo che si propone con la sua opera. Egli
inizia professando modestia per s e per la ragione, che va ad
esaminare.
J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, Introduzione, paragrafo 5
(pagine 179-180).

Per grande che sia l'intervallo che separa la conoscenza degli
uomini da una comprensione universale o perfetta di tutto ci che
esiste, tuttavia la loro conoscenza assicura i loro interessi
principali, cio permette loro di avere luce sufficiente per
condurli alla conoscenza del loro autore e di vedere quali sono i
loro doveri. Gli uomini possono trovare materia sufficiente per
tenere occupata la loro testa e impiegare le mani con variet,
piacere e soddisfazione, se rinunciano alle sfacciate lamentale
sul modo in cui sono fatti, e se non buttano via le benedizioni di
cui le loro mani sono colme, perch non sono grandi abbastanza per
affermare ogni cosa. Non avremo molta ragione di lamentarci della
ristrettezza del nostro spirito, purch ci accontentiamo di
impiegarlo intorno a ci che pu avere qualche utilit per noi:
perch in queste cose esso  molto capace. E sarebbe un puntiglio
imperdonabile e infantile sottovalutare i vantaggi della nostra
conoscenza, e trascurare di migliorarla in vista dei fini per i
quali ci  stata data, perch ci sono cose che sono poste fuori
del raggio di essa. Se un domestico pigro e capriccioso, che non
ha compiuto il lavoro che doveva fare al lume di candela, si
lamenta che non aveva a disposizione la luce aperta del sole,
questo non sar ammesso come una scusa per la sua trascuratezza.
La candela che  accesa in noi fa luce abbastanza per tutti i
nostri propositi. Dobbiamo essere soddisfatti delle scoperte che
possiamo fare alla sua luce; e faremo un uso corretto della nostra
intelligenza, quando entreremo in rapporto con tutti gli oggetti
nel modo e nella proporzione adatta alle nostre facolt, e sulla
base dei fondamenti che possono essere proposti a noi, e se non
richiederemo perentoriamente o con intemperanza la dimostrazione e
chiederemo la certezza dove la probabilit soltanto pu essere
ottenuta, una probabilit che sar sufficiente a dirigere tutti i
nostri interessi. Se rifiuteremo la credenza in ogni cosa, perch
non possiamo conoscere con certezza tutte le cose, saremo tanto
saggi come chi non usasse le gambe, ma restasse fermo e morisse,
perch non ha ali per volare.
Quando avremo conosciuto la nostra forza, sapremo meglio che cosa
intraprendere con speranza di successo. E quando avremo passato
accuratamente in rassegna i poteri del nostro spirito e fatto una
qualche stima di che cosa ci possiamo aspettare da essi, non
avremo pi la tendenza o a restar fermi e a non far lavorare
affatto il nostro pensiero, disperati di non poter trovare nulla,
n, d'altro lato, metteremo in questione ogni cosa, e rifiuteremo
ogni conoscenza, perch alcune cose non possono essere intese.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 630-631.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/4. Capitolo
Otto.
5) Locke. L'occasione dell'opera.
Nell' Introduzione al Saggio sull'intelletto umano Locke ritorna
sull'occasione, che lo ha spinto ad indagare sui poteri e sui
limiti della ragione. Ci avvenne - racconta - mentre si andava
con il pensiero nel vasto oceano dell'essere, dove non si
dissolvono le difficolt, ma aumentano e si perpetuano i dubbi.
J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, Introduzione, paragrafo 7
(pagina 179).

Queste considerazioni mi fecero venire la prima idea di lavorare
al presente Saggio sull'intelligenza umana. Poich mi misi in
mente che il primo mezzo possibile per soddisfare lo spirito
dell'uomo in numerose indagini, alle quali egli stesso  molto
portato a dedicarsi, sarebbe stato quello di raggiungere una
veduta complessiva della nostra intelligenza, di esaminarne i
poteri, e di vedere a quali cose essi possano applicarsi. Fino a
tanto che ci non fosse fatto, sospettavo che noi andassimo
affrontando il problema alla rovescia; e avremo cercato invano la
soddisfazione che ci potrebbe dare il possesso tranquillo e sicuro
delle verit a noi pi necessarie, mentre avremmo continuato a
lasciare che i nostri pensieri si disfrenassero nel vasto oceano
dell'Essere; come se questo infinito spazio fosse l'oggetto
naturale e indiscutibile dell'intelligenza umana, un oggetto in
cui nulla possa esentarsi dalla forza delle sue deliberazioni o
sfuggire alla sua comprensione. Cos gli uomini estendono le loro
ricerche oltre il limite delle loro capacit e divagano col
pensiero in quei mari dove non trovano fondo n riva, e non
bisogna dunque sorprendersi che sollevino delle dispute e
moltiplichino delle difficolt le quali, non potendo mai venire
risolte in maniera chiara e distinta, non servono che a perpetuare
e aumentare i loro dubbi, e a trascinarli infine in uno
scetticismo totale. Ma se, invece, gli uomini cominciassero ad
esaminare con cura qual sia la capacit della loro intelligenza,
se venissero a scoprire l'orizzonte che segna i limiti fra la
parte luminosa delle cose e la parte in ombra, fra ci che possono
comprendere e ci che supera la loro intelligenza, forse farebbero
assai meno fatica a riconoscere la loro ignoranza di ci che non
possono intendere, e dirigerebbero i loro pensieri e i loro
ragionamenti, con miglior frutto e maggiore soddisfazione, verso
il rimanente.
J. Locke, Saggio sull'intelligenza umana, Laterza, Bari, 1951,
volume primo, pagine 30-31.
